CONCLUSIONI

 

2) Il tipo ideale di vescovo agli inizi dell III Repubblica

 

Abbiamo più volte osservato che il problema della nomina dei vescovi e dei cardinali può diventare un indicatore abbastanza attendibile dei rapporti Chiesa-Stato. Il sostanziale buon funzionamento dell' "intesa previa" ci ha mostrato il livello di accordo raggiunto in trattative anche molto delicate e si presenta come uno dei maggiori strumenti dicollaborazione a disposizione e della nunziatura e della Direzione dei Culti, anche per gli anni a venire. Certamente questo non ci deve far dimenticare gli attriti, numerosi, che si sono verificati tra il nunzio ed il ministro, determinati fondamentalmente dalla diversità di vedute sui compiti del vescovo. Per il governo egli deve essere innanzitutto unfunzionario dello Stato, da esso retribuito e da esso eventualmente punito con il ritiro dell' assegno. Tendenzialmente la Direzione dei culti propone una persona colta, intelligente, che gode per questo di un certo prestigio nel suo ambiente. L' abbiamo vista molto esigente dal punto di vista della moralità e dell' ortodossia. Naturalmente tutte queste doti sono inutili se manca una certa fama di liberale che del resto,appare sempre, o quasi sempre, connessa con un livello abbastanza elevato di istruzione e cultura. Se questa fama facesse difetto, almeno si esige, come ultima concessione, una " neutralità " in materia politica che si concretizza nell' indifferenza e nel non aver mai dato prova della pur minima simpatia per l' antico regime. Forse il tipo <<ideale>> di vescovo per la Direzione dei Culti è dato da Blampignon, uno dei primi candidati al vasto movimento di nomine che si sviluppò nel 1889. Una buona esperienza pastorale non è tra i requisiti indispensabili.


Abbiamo poi notato la strategia della Direzione dei culti di porre sulle sedi principali di Francia vescovi e arcivescovi di sua fiducia. Si spiegano solo in questo modo i tentativi della rue de Bellechasse di eliminare Richard da Parigi, di sostenere Meignan a Tours, con i suoi suffraganei, come efficace baluardo contro Freppel di aumentare l' autorità e l' influenza di Guilbert e Foulon, prelati abbastanza sicuri, col prestigio del cardinalato. Il Ministero dei Culti, insomma, vedeva nel vescovo un alleato preziosissimo nell' avvicinare il refrattario mondo cattolico alla Repubblica, principalmente coll' evitare al clero pericolose ed inutili intromissioni in materia politica. Agli occhi del governo il vescoco doveva essere principalmente, il moderatore dei parroci, vicari e <<desservants>>. Non ci dobbiamo stupire troppo di questa connotazione ancora troppo <<politica >> dell' operato dei vescovi, almeno nelle attese del Governo, specie dopo che abbiamo assistito, come nel caso di Gouzot o van Drival, a compromessi di un certo rilievo: specialmente durante la nunziatura di Rende una nomina episcopale divenne la moneta di scambio per aggiustare meglio che si poteva certe questioni politiche scottanti. Per quanto riguarda la S. Sede abbiamo invece già messo in evidenza i criteri dai quali fu mossa e non occorre insistervi ulteriormente: potremmo dire che la nunziatura vedeva nel capo della Diocesi non principalmente un pastore, quanto un buon amministratore. Ecco perché propone quasi sempre come candidati dei Vicari Generali, evidentemente già pratici di un certo tipo di attività.E' significativo che nei rapporti dei prefetti a riguardo dei candidati proposti dalla Nunziatura ricorra con una certa insistenza l' annotazione .


Evidentemente, si pensava, il candidato doveva imporsi alla diocesi, non tanto in virtù della confidenza e familiarità che sapeva ispirare, quanto dal rispetto e forse dalla soggezione che poteva incutere.Ne emerge, in fondo, l' immagine di un prelato ricco di prestigio personale, forse abbastanza isolato dal clero e dal popolo, ma che in virtù di questa riservatezza potesse meglio far sentire la sua autorità, soprattutto nella difesa dei diritti della Chiesa di fronte alle pretese dello Stato. Anche se questa immagine può riservare molte e lodevoli eccezioni non saremmo troppo lontani dalla verità se affermassimo che, però, è quella che emerge con un certo rilievo dal quadro generale. Già abbiamo poi fatto notare la presenza di un fattore abbastanza importante vale a dire la potenza della calunnia in occasione delle indagini della nunziatura. Un elemento preoccupante, che ha visto implicati non di rado anche dei vescovi e al quale non siamo riusciti a dare una spiegazione soddisfacente.L' eccessiva rigidità della S. Sede, le gelosie personali, il clima politico di violenta contrapposizione tra cattolici intransigenti e liberali, ognuno con le sue idee in materia di rapporti tra Chiesa e Stato: sono alcuni elementi che possono aiutare per una parziale risposta.Ma sono forse il dato principale che può permettere di capire lo spirito dell' epoca , in cui non si rifuggiva dallo spionaggio, dalla delazione o dalla calunnia per far trionfare le proprie ambizioni o far tacere le proprie paure. Del resto, di lì a pochi anni uno scandalo proprio di spionaggio e di calunnia , l' affare Dreyfus, avrebbe piegato la Francia e, dal punto di vista della politica religiosa, distrutto i primi buoni risultati del Ralliement e della Nunziatura di Ferrata.


In conclusione potremmo affermare di avere assistito, nel giro di questi dieci anni di rapporti diplomatici tra la Francia e la S. Sede, ad un progressivo ammorbidimento delle trattative tra le due parti per le nomine dei vescovi: durante il periodo 1882-1887 il clima sembra essere più rovente , c' è più aria di battaglia, più determinazione a non cedere, da ambedue le parti, sui propri nomi. Non si poteva d' altronde prescindere dalla mentalità di <> che contraddistingueva in quegli anni l' opinione pubblica. Durante la nunziatura Rotelli, invece, abbiamo visto come ci fu spazio per trattative molto meno tese. Specialmente da parte del Ministero dei Culti minore fu l' ostinazione su certi candidati , con eguale prontezza e cinismo rimossi e sostituiti.Si può affermare che, durante il periodo 1887-1891, il governo non fece del suo diritto alla nomina dei vescovi un potenziale campo di battaglia con la Chiesa , ma si sforzò, anche attraversi quelle che alcuni anni prima sarebbero forse passate per troppo benevole concessioni, di giungere a dei morbidi ed interessati compromessi.Cedendo leggermente su questo suo diritto acquistò forza per far prevalere in misura maggiore altre sue prerogative in politica interna ed estera. La nomina dei vescovi è in questo periodo un ingranaggio delicatissimo nel complesso dei rapporti tra Stato e Chiesa: forse non è casuale che questo aspetto sarebbe stato coinvolto, non molti anni dopo, nell' episodio della rottura delle relazioni diplomatiche tra la S. Sede e la Francia.